lunedì, 12 maggio 2008

LETTERA APERTA A GIANFRANCO FINI


Caro Presidente,
so che legge con attenzione e assiduità questo blog e di questo la ringrazio. Anch’io seguo con molto interesse la sua attività politica e ho sinceramente apprezzato i suoi sforzi per sembrare meno fascista. No, non ho detto che la voto. Mi piacerebbe molto, sul serio, ma purtroppo sono contrario al voto, penso che sia un crimine contro l’unanimità.
A differenza di molti altri, io penso che ci sia una bella differenza tra un fascismo soft e un fascismo hard, non si può mettere tutto sullo stesso piano. Se devo scegliere fra una dittatura dove sei costretto a bere olio di ricino facendo flessioni e una dittatura dove bevi birra in lattina davanti alla TV, scelgo sicuramente la seconda. Non c’è dubbio. Solo un pazzo direbbe il contrario, o un culturista con gravi problemi di stitichezza.
Per questo le dico che apprezzo il suo lavoro e trovo anche molto simpatico quel suo strano modo di parlare, come se avesse perennemente una mentina in bocca. Se sapesse quante ore ho passato davanti alle puntate di Vespa a Vespa, fissando il suo labiale a due centimetri dal monitor, nell’avvilente e proibitivo sforzo di vedere che cosa diavolo ha in bocca! Una volta mi è sembrato di intravedere la pallina di un Uni Posca, è possibile?
Ma non è per adularla che ho deciso di scriverle. Le scrivo piuttosto per via di quella sua fissa morbosa per le bandiere. Sia chiaro, mi fa piacere sapere che lei non sia quell’uomo arcigno e tutto d’un pezzo che vuol far credere, ma abbia le sue sane perversioni sessuali. Io penso che il feticismo sia una cosa che può rendere molto piacevole la vita di uomo, soprattutto quando è vissuto con passione e consapevolezza, anche se poi è un po’ più difficile trovare moglie.
E non è nemmeno che io abbia un’antipatia per le bandiere. Ci mancherebbe! Ho moltissime amiche bandiere e con tutte ho un rapporto sereno e di reciproco rispetto. Ogni tanto possiamo avere qualche diverbio, è logico, ma non mi sognerei mai di far del male a una bandiera. Soprattutto con quello che costano.
L’unica cosa che non mi convince è che lei sia il Presidente della Camera e, badi bene, non è tanto il “Presidente” che mi preoccupa, ma la “Camera”. Se fosse stato Presidente del Circolo di Bridge di Orbassano non avrei avuto niente da dire.
So bene che non è il Presidente della Camera che fa le leggi, però, cerchi di capire, la sua è una carica autorevole e questo, nonostante tutto, ha ancora il suo peso. Persino il Papa riesce a fare le leggi, e il Papa abita a due chilometri da Montecitorio, figuriamoci se non ci può riuscire lei che ci vive dentro.
La mia preoccupazione, glielo dico sinceramente, è che adesso lei si metta in testa di garantire il diritto alla vita anche alle bandiere, e magari poi alle lenzuola, agli asciugamani, ai fazzoletti e così via fino alla carta igienica. Non voglio assolutamente dire che la carta igienica non sia vita umana, non sono così irrispettoso, però penso che sarebbe molto scomodo dover tornare all’uso delle dita.
Con immutata stima,
Astutillo Smeriglia
P.S. Se per caso vede Sandro Bondi, potrebbe mettergli un cacciavite nel culo? Grazie.

scritto da Smeriglia alle 08:02

lunedì, 05 maggio 2008

LA VITA A FASI


C'è l'età anagrafica, l'età biologica, l'età psichica e così via. Ci sono un sacco di età, molte più di quelle che uno s'immagina, e siccome perlopiù non coincidono, c'è sempre la possibilità di scegliere quella dove si è più giovani. Per esempio, se uno ha settantotto anni, è fisicamente indistinguibile da Jabba the Hut e ha salutato buona parte dei suoi neuroni, può sempre ripiegare sull'età sessuale immaginata (da non confondere con l'età sessuale e basta) e tentare di sedurre le amiche di sua nipote. Normalmente questo funziona solo se si ha un'età economica molto avanzata.
Questo per dire che l'età di una persona non è una cosa univoca. Per esempio, il Papa sembrerebbe un vecchietto sui novanta, invece ha un'età psichica di zero, il che fra l’altro spiega il suo grande feeling con gli embrioni. Ci sono cose, però, che sono oggettive e che sono sempre le stesse per tutti, da Aristotele al doppiatore del Gabibbo. Sono le fasi della vita.
La vita di ogni essere umano può essere suddivisa in dieci fasi e vanno percorse tutte, una dopo l'altra, fino in fondo.
La prima fase è quella dell'animalità senza freni, quando si bramano orge indescrivibili, ammucchiate epiche con gente di tutti i sessi e di tutte le dimensioni, si sognano incesti, stupri e perversioni di ogni tipo, coprofilia, necrofilia, qualsiasicosafilia purché si possa leccare. Questa fase è in pratica dominata da due soli pensieri: sesso e sesso a volontà. Sfortunatamente finisce prima che l'individuo sia in grado di mettere in pratica i suoi propositi.
Il secondo momento è segnato dallo sbocciare della razionalità. Ci si rende conto che la sola volontà cieca e ostinata di fare sesso con chiunque non è sufficiente per farlo veramente, così si decide di dare un’occhiata al cosiddetto mondo esterno, giusto un attimo, magari può tornare utile:
a. esiste non-io;
b. non-io non risponde ai comandi;
c. approfondire il concetto di “no”;
d. importanza delle mutande nella società contemporanea;
f. il mondo ha un fondamento.
Dopo di che si perde il filo. È qui che inizia il terzo e fondamentale momento della vita: l’apprendistato. In questa fase si assorbe come spugne multiuso qualsiasi informazione provenga da insegnanti, preti o altre persone in costume, la si incamera e buonanotte. L’individuo impara a fare le divisioni e a staccarsi l’ostia dal palato, tifa Juventus, diventa dipendente da gel con effetto bagnato e si masturba nel cesso sulle foto del Postalmarket. Poi un giorno, inaspettatamente, scopre di essere infelice.
Sia chiaro, non c’è niente di male a essere infelici, in fin dei conti lo sono tutti, è una cosa normale, il problema è che dopo un po’ l’infelicità stufa e uno si chiede quale strana concatenazione di eventi lo abbia portato a succhiare Speedy Pizza congelate davanti a vecchie puntate di Magnum PI.
Seguono alcuni tentativi di suicidio (fase quattro) e una settimana in campeggio nel Polesine con gli zii (fase cinque), dopodiché (fase sei) si decide di cambiare radicalmente vita e si stabilisce in modo definitivo e irrevocabile che la gente è stupida e io sono un genio. In pratica si inizia a fumare.
Fase sette: giro dell’Europa in moto, passione per il cinema muto, scoperta delle birre economiche, Monster of Rock, esperimenti culinari passivi, aerofagia, immersione nel Gange, amicizia con lo psicologo, masturbazione sul Postalmarket.
Fase otto: forse la gente non era poi così stupida, intanto che ci penso mi trovo un lavoro e faccio un paio di figli.
Nove: no, no, è proprio stupida.
Dieci: rottura del femore.

scritto da Smeriglia alle 07:06

lunedì, 28 aprile 2008

LA SPINTARELLA


Thomas Bernhard è esattamente come uno se l’aspetta dopo non aver letto nemmeno un suo libro: una persona affabile, spiritosa, interessata agli altri ma discreta, uno con cui ci si sente subito a proprio agio.
L’ho conosciuto nel 1985, al tempo faceva il babysitter in nero. Nella vita aveva fatto un po’ di tutto: il commesso, il camionista, il cuoco nei ristoranti cinesi e ora il babysitter. Mi ha raccontato che quando aveva bisogno di arrotondare preferiva i lavori cosiddetti umili. Gli piaceva molto l’aggettivo “cosiddetto”. Preferiva i lavori cosiddetti umili ai lavori cosiddetti borghesi, perché con i lavori cosiddetti borghesi si deve venire a patti con i cosiddetti valori della cosiddetta classe cosiddetta borghese. È un miracolo che riuscissi a capirlo, senza contare che parlava tedesco.
Quella sera dovevo vedermi con Luana, la mia fidanzata, una ragazza veramente straordinaria ma sempre a corto di soldi e che si ostinava a chiamarmi “abbello”. Purtroppo non venne, sembra per impegni di lavoro. Io però avevo già prenotato la pizzeria e non mi andava di mandare tutto a monte, per l’occasione mi ero pure messo il moncler nuovo. Così decisi di chiamare una babysitter, tanto che differenza fa? Mi dissi. I soldi glieli do lo stesso e non deve neanche lavarmi il sedere. Solo che non sapevo che Thomas era un nome da uomo.


Quindi lei scrive?

Ho pubblicato alcuni romanzi, racconti e altre cose.

Bello.

Sì, finché uno ne ha la forza.

Perché? Lei non scrive seduto?

Scriverei sdraiato se la macchina da scrivere non mi sbriciolasse le costole.

Ah ah ah.

Non è una battuta. Ho provato a scrivere sdraiato, ma sono andato in coma. Mi hanno dovuto ricoverare d’urgenza al centro medico Grillparzer. Una vera scocciatura, anche considerando che io non sopporto Grillparzer.

E com’è il coma?

Meglio.


In effetti non sembrava molto in forma. Stava tutto rattrappito sulla sua sedia a rotelle, con il berretto di lana calato in testa, la coperta sulle ginocchia, un infermiere che gli reggeva la flebo e altri due che gli praticavano una toracocentesi. Il rumore del liquido intercostale che sgocciolava nella bacinella sotto il tavolo era veramente fastidioso.


Ma scusi, dopotutto si è tolto le sue soddisfazioni, no?
Perché non si gode in pace la pensione e basta?

Ho cinquantaquattro anni.

Terrestri?

A me interessa solo pubblicare. Scrivo le mie cose su carta economica e poi mi ritrovo dei libri così carini... è per questo che ho diviso la mia autobiografia in cinque parti.

Non mi dirà che non le piace essere famoso?

Ogni cosa è ridicola se paragonata alla morte.

Anche le ammiratrici?

Butto via tutte le lettere senza aprirle.

...

Si sente bene? Ha cambiato espressione.


Com’è semplice a volte avere a che fare con le persone. Uno pensa che uno stimato scrittore austriaco e un paninaro brufoloso di Pizzighettone non abbiano assolutamente niente da dirsi, e invece paf! eccoli in pizzeria a parlare della stupidità della razza umana, dell’ipocrisia e della volgarità di ogni religione, di quanto sarebbe utile tagliare le orecchie a chiunque faccia un figlio e del suicidio. Ah, il suicidio! La nostra grande passione comune.


Davvero non hai mai provato con le borse di plastica?

No.

Dovresti. Basta una borsa della spesa e un laccio emostatico, è veramente facile.

Sembra divertente.

Molto meglio dei barbiturici. L’ultima volta sono stato a letto quattro giorni.

No, sei pazzo? Se vuoi ti do i miei. Mi sono salvato solo perché erano scaduti.


Una persona veramente piacevole, non smetteresti mai di chiacchierare. Dopo la pizza gli ho proposto una grappa a casa mia, davanti a una bella puntata di Drive In, ma Thomas era molto provato e preferiva tornare a casa a sistemare i suoi libri sullo scaffale. Io ne ho letti alcuni e devo dire che non sono niente male. “Il respiro” è uno dei miei preferiti. Lo consiglio assolutamente a tutti quelli che quando sentono l’annuncio “allontanarsi dal binario due, treno in transito”, oltrepassano anelanti la linea gialla e poi si fermano incerti sull’orlo della banchina. È un libro eccezionale, fa l’effetto di una spintarella.

scritto da Smeriglia alle 11:11

lunedì, 21 aprile 2008

ISTITUZIONI DI PRESUNZIONE (TEOREMI NN. 1, 28 E 131)


Ho notato che su questo pianeta bisogna fare un po' i gradassi se si vuole essere rispettati. Non lo dico con moralismo, anzi, secondo me uno che si mostra umile e sottomesso non ha nessun diritto di lamentarsi se viene considerato una nullità, in fondo è quello che vuole. La vita è talmente breve che non c'è tempo di farsi domande, è già tanto se uno riesce a capire se può essere utile portarsi nella bara lo spazzolino e la biancheria di cambio, figuriamoci se, di fronte a uno che si è appeso al collo un cartello con scritto "non valgo niente", ci si può fermare e chiedergli "scusa, è vero che non vali niente o sei solo molto modesto?", "forse non vuoi correre il rischio di deludermi?", "stai cercando di dirmi che in fondo nessuno vale niente?", "lo fai solo per non mettere in soggezione gli altri perché, in realtà, sei un genio?", eccetera, eccetera, eccetera. Naturalmente la risposta a tutte queste domande è una sola: "chi se ne frega". Non c'è tempo. Se uno ci tiene tanto a passare per una nullità, avrà le sue buone ragioni.
Quindi la prima fondamentale legge di ogni teoria sulla presunzione è questa:

N.1. Il mondo è dei presuntuosi e meno male.

Da ciò segue immediatamente un corollario di una certa importanza: se un mansueto è in una posizione di rilievo i casi sono due: o è un ipocrita o ha due tette enormi.

N.28. Il presuntuoso non si fa mettere i piedi in testa.


Scusa hai d'accendere?

Non si può fumare.

Certo...

È vietato.

Dimmi solo se hai d'accendere, il resto sono fatti miei.

Veramente il locale è mio.

Questo cesso?

Proprio.

Complimenti, hai d’acc --

Ora levati dalle palle.

Fei un baftavdo...

Fuori.

Fì.


Un errore comune è confondere il presuntuoso con lo spaccone. Entrambi hanno un'altissima stima di sé, ma mentre il primo la limita all'ambito intellettivo, il secondo la estende a quello fisico, con spiacevoli conseguenze per la propria salute. È stato calcolato che lo spaccone ha una vita media di circa trentadue anni, dopo di che decade in un presuntuoso più 36 particelle odontoiatriche.

N.131. Il presuntuoso ha sempre ragione.

Dimostrazione.
Immaginiamo un'ipotetica conversazione fra un presuntuoso (PRE) e un pusillanime (PUS) e supponiamo per assurdo che il presuntuoso abbia torto. PUS cercherà gentilmente di far emergere le contraddizioni di PRE con sottili perifrasi, elaborati eufemismi, similitudini di similitudini di similitudini e riempiendogli generosamente il bicchiere nella speranza di ottenere la sua benevolenza. Ora, poiché i presuntuosi reggono l'alcool benissimo (teorema N. 61), PUS si sbronzerà, mentre PRE cambierà discorso inopinatamente e capziosamente più e più volte finché giungerà ad affermare: "Hegel non sapeva sciare", verità incontrovertibile e mai confutata nemmeno dal diretto interessato.
Con questo si conclude la dimostrazione, poiché il caso di un dialogo fra due presuntuosi è vietato in natura.

scritto da Smeriglia alle 08:53

lunedì, 14 aprile 2008

A CACCIA DI NUOVE INDICAZIONI

Mi scusi.

Sì?

Sa mica dov'è il mrah... mararaffn...

Cosa?

Rafn... mrafafrah...

Mara Pub?

Sì.

Mai sentito nominare.

Uno simile?

Simile in che senso?

Simile.

Come posto o come nome?

Come nome.

No.

Come posto.

Come posto?

Posto.

Un pub, insomma?

Sì.

C'è n'è uno in via Ridola, ma non so se è aperto la mattina.

Ho capito.

Prenda la prossima a destra --

Un momento che scrivo.

È facile.

Scrivo, scrivo, sennò...

Non ho molto tempo.

Ce l'ha una penna?

Una penna?

Sì, per favore.

Tenga.

Grazie.

La prossima a destra --

Non è che ha anche un foglietto, vero?

...

Un foglio.

Scriva qui.

Oh, veramente? Posso?

Sì, sì, prenda.

Ma è una foto.

Prenda!

Lei è molto gentile, grazie.

Non si preoccupi, ne ho altre.

Cazzo, che scorfano!

È mia madre.

Mi scusi...

È molto anziana.

Medio Regno, direi. Ah ah ah!

...

No, veramente, mi scusi.

Svolti alla prima a destra...

Sì.

Arriva in piazza...

Sì.

E prosegue dritto...

Sì.

Segua sempre la strada.

Sì.

Passi l'arco...

L'arco...

Dopo il semaforo, sulla destra, c'è questo pub.

Sulla destra.

Sulla destra, esatto. È un irish pub, credo si chiami Jim Morrison.

È il proprietario?

No.

Bene. Mi accompagna?

Cosa?

Le spiacerebbe accompagnarmi?

Non ho tempo.

Le offro da bere.

Non ho assolutamente tempo.

La prego.

No.

Dieci euro?

Arrivederci.

Come faccio da solo?

Segua le indicazioni!

Non le ho.

...

Non riuscivo a starle dietro, lei parla troppo in fretta.

Senta --

Mi dispiace.

Se vuole gliele scrivo io.

Davvero sarebbe così gentile?

Lo so, è incredibile. Dia qua.

Questo è tutto quello ho scritto.

...

Sì, lo so, è un cazzo stilizzato.

...

Sulla foto di sua madre.

...

Mi dispiace tanto.

scritto da Smeriglia alle 15:27

lunedì, 07 aprile 2008

IL PARADOSSO DI FERMI

Una sera di primavera del 1935, Enrico Fermi era a cena con gli amici all’Osteria Panisperna. Nonostante il nome si mangiavano anche cose commestibili. C’erano Majorana, Einstein, Bohr, Hubble e alla quinta bottiglia di vino si unì a loro anche Newton.
Era una serata piacevole. L’inverno era appena finito e in giro per Roma non c’era neanche un fascista, in TV davano il festival di Sanremo.
Come al solito si parlava di particelle subatomiche, antimateria e trasformazioni di Lorentz.


A proposito, dov’è Lorentz?

Dice che è arrivato qui nel 2016, ma non ci ha visti.

Sempre in ritardo quel ragazzo.


Arrivati al limoncello l’argomento finì come al solito sugli extraterrestri. Era uno dei pallini di Einstein, non riusciva a rassegnarsi all’idea che la sua fama potesse limitarsi a questo pianeta. Ma Fermi era scettico, molto scettico, soprattutto quando era ubriaco.

Ascolta, Albert, so di darti un dispiacere, ma siamo soli nell’universo. Più soli di un protone in una stella di neutroni, di un raggio cosmico fuori dal cosmo, di un neurone nella testa di Antonio Socci.

Esagerato.

È così.

Nella nostra galassia ci sono cento miliardi di stelle, lo so perché le ho contate, vuoi che siano tutte disabitate?

Cerca di ragionare, se l’universo è pieno di extraterrestri, allora dove sono?


Ecco, è questo il cosiddetto paradosso di Fermi: “se l’universo è pieno di extraterrestri, allora dove sono?”. Se la stessa cosa l’avesse detta un signor Rossi qualsiasi, sarebbe stata battezzata come la cazzata di Rossi, invece l’ha detta Fermi e, a quanto pare, le cazzate dei geni si chiamano paradossi.
Ad un certo punto nella storia dell’umanità, grosso modo quando la Chiesa esaurì le scorte di legna da ardere, gli scienziati iniziarono a ritenere praticamente scontata l’esistenza di vita extraterrestre. Non solo la vita elementare (eucarioti, procarioti, bastoncini Findus, eccetera) ma anche la vita complessa, la vita intelligente.
Il ragionamento è questo: se osservo un fenomeno, qualsiasi fenomeno, per quanto insolito e improbabile possa essere, sicuramente nell’universo ce n’è a bizzeffe. L’idea si basa sul fatto che l’universo è obiettivamente molto grande e sull’ipotesi che sia più o meno tutto come qui da noi. È un’ipotesi plausibile, soprattutto quando non se ne sa niente. William Herschel, per esempio, era convinto che tutto l’universo avesse il parquet.
All’inizio gli scienziati pensavano che ci fosse vita un po’ dappertutto: sulla Luna, su Marte, persino sul Sole. Ogni volta che si scopriva un nuovo oggetto astronomico, un asteroide, una cometa, qualsiasi cosa, subito si congetturava sulle strane forme di vita che potevano abitarlo.


Non c’è atmosfera.

Vivranno sottoterra.

Ci sono -265 gradi.

Il riscaldamento costerà meno che da noi.

È poco più grande di un campo da calcio.

E a quanto stanno?


Purtroppo le prime missioni spaziali hanno subito raffreddato gli entusiasmi. Sulla Luna non c’era niente, idem su Marte e, guarda un po’, neanche sul Sole. Oggi il sistema solare è stato perlustrato in lungo e in largo, si è guardato dappertutto, anche sotto il tappeto del bagno, ma non si è trovato niente. A qualcuno è venuta anche l’idea di spedire nello spazio delle sonde, le cosiddette Voyager, con a bordo tutte le indicazioni per raggiungere il pianeta Terra e alcuni gadget promozionali: un uomo e una donna stilizzati, qualche numero primo e alcuni 33 giri dei Beatles. Nessuno ha mai contraccambiato. Immagino cosa possano aver detto quelli che li hanno trovati.


ifjg3845tu034yn5vn5y

ewr9u8th3 unt ek

sgm

argi4’


Dopo più di quarant’anni di missioni spaziali in cui la cosa più simile alla vita che si è trovata è il Mars Pathfinder, la comunità scientifica ha ridimensionato le proprie aspettative: all’inizio cercava vita intelligente, poi qualche batterio, poi acqua, tracce di acqua, indizi di acqua nel passato, compatibilità con la presenza di acqua nel passato, qualsiasi cosa inizi per “a”.
Il colpo di grazia è arrivato con l’imbarazzante fallimento del progetto SETI, con cui si cercava di captare i segnali radio di lontane civiltà aliene. Probabilmente il piano era di sorprenderle mentre ascoltavano i dischi dei Beatles, ma purtroppo nessuno ha mai captato niente.
Ora alcuni stanno pensando di spedire un’altra sonda con a bordo un giradischi, ma si tratta di una minoranza. Perlopiù tutti iniziano a pensare che la vita sia una rarità e, in particolare, che la vita intelligente esista solo qui, sul pianeta Terra, o al massimo su un pianeta identico alla Terra, nella stessa posizione della Terra, ora.
In realtà l’universo è pieno di extraterrestri, solo che ci evitano.

scritto da Smeriglia alle 09:12

lunedì, 31 marzo 2008

PRESTO O TARDI TUTTI SI MUORE, ALMENO COSÌ DICONO

Secondo alcuni la morte è la fine di tutto, il momento in cui si svanisce, secondo altri è invece l’inizio di una nuova vita o, per quelli meno ottimisti, il ripetersi della stessa. Nessuno può saperlo veramente e, comunque stiano le cose, è difficile trovare qualcuno che ne parli con entusiasmo. Cosa avrà pensato Carlo prima di andarsene? Si sarà reso conto che la calvizie era un problema secondario? Avrà finito di pagare le rate dello Shuttle? Avrà trovato il coraggio di rivelare a sua moglie e ai suoi otto figli neonazisti la propria omosessualità?
Carlo Frittella non era un filosofo, ma era un uomo felice, certamente più felice di tutti i filosofi che non ha mai letto. Nacque il 6 agosto 1972 a Fognano del Granazzo, un borgo di poche case sul Po, a dodici metri di profondità. La madre si divideva generosamente fra la cura del bambino e il sesso a pagamento, mentre il padre allevava in proprio un nutrito gregge di piattole.
Tutti si resero subito conto che Carlo non era un bambino come gli altri, e non solo per l’elevato numero di dita dei piedi. Ciò che lo distingueva da tutti era l’inesauribile voglia di vivere, era la voglia di vivere che lo staccava dalla mediocrità del mondo come la grande aquila s’innalza nei cieli e volteggia maestosa spesso in controluce.
A diciannove anni s’iscrive all’università, filosofia e commercio, ma a venti l’abbandona poiché si rifiuta di riconoscere ai professori l’autorità di bocciarlo. Decide così di arruolarsi volontariamente nel servizio di leva obbligatorio. È uno che segue il proprio istinto. L’anno successivo s’impiega nell’ufficio postale del paese, realizzando così la sua grande passione per i viaggi. A venticinque anni incontra l’anima gemella, a ventisei diventa padre di otto gemelli coi baffi, a trentadue muore in un incidente domestico: cade da una sedia e resta impigliato in un cappio.
Dalla morte non si torna, dopo tante puntate di Quark è ormai chiaro a tutti. È crudele e anche un po’ paradossale doversene andare così (schioccare le dita), da un giorno all’altro, senza preavviso, senza angeli messaggeri né cataclismi degni di nota. La vita finisce con indifferenza, senza troppe cerimonie (a parte il funerale), come se fosse una cosa di nessun conto (a parte quello del funerale). Tutto finisce e di noi resta solo uno sgradevole odore.
Tanti personaggi del passato sono ricordati con ammirazione, vengono celebrati e chiamati geni, ma quanti sono i grandi intelletti non riconosciuti? Abbiamo veramente il diritto di affermare che Newton, Leonardo e Dracula fossero migliori di Carlo Frittella?
Secondo me sì.

scritto da Smeriglia alle 09:00

lunedì, 24 marzo 2008

SPUNTI PER UN FILM MOLTO PIÙ INTROSPETTIVO (SECONDO TEMPO)


4.

Paolo russa a letto. Improvvisamente un sibilo elettrico, acutissimo e fastidiosamente periodico (probabilmente una sveglia, oppure un apparecchio che riproduce esattamente il suono di una sveglia) gli fa spalancare gli occhi. Con smodato stupore scopre di non essere in un giardino di begonie, ma nel letto di casa sua: si è trattato forse di un sogno? E se sì, dove finisce il sogno e dove comincia la realtà? Per esempio, riuscirà a resistere alla tentazione di suicidarsi?


5.

Paolo inghiotte un flacone di Smarties, si incide i polsi con un ghiacciolo, si getta dal battiscopa. Più volte. Dopodiché Fabio (d’ora in avanti, per comodità, lo chiameremo Fabio) si concede una telefonata alla madre.

Ciao madre. Sono Fabio. Come Fabio chi? Tuo figlio. Mi dici che non hai figli? Ma certo che ce li hai. Chissà perché ti sei messa in testa quest’idea dopo il trapianto di cervello? Mi chiedi che cosa telefono a fare? Così, per sentire come va. Sai, ieri ho conosciuto una donna meravigliosa che forse si è innamorata di me, però poi è scomparsa e c’è anche il caso che fosse tutto un sogno. Dici che Hegel non si dovrebbe pronunciare Hegel, ma Schlegel? Possibile, certo, tuttavia assai improbabile. Conosco una persona, Mario Freschi, che si è laureato sulle prime due lettere della parola “Hegel”, se vuoi ti do il suo numero. Come? Mi chiedi come farò a rivedere quella donna che, non dimentichiamolo, probabilmente non ho mai conosciuto? Proprio questo volevo chiederti. Dici che dovrei affrancarmi dalla schiavitù dell’alcol e fare incetta di birre analcoliche del commercio equo e solidale? È un consiglio molto saggio, tuttavia credo che me ne andrò in giro per il mondo a cercarla, la troverò e la sposerò in chiesa con la musica e i confetti. L’amore è una cosa meravigliosa e io non sono certo da meno.


6.

Fabio sta giocando a tennis col presidente degli Stati Uniti.

Bel colpo, presidente! Un altro punto per lei.

Oggi sono in forma.

In formissima. Ora posso riavere la mia racchetta?

Prima finiamo la partita.

Oh sì, naturalmente. Volevo chiederle, non ha per caso visto una donna invisibile?

Non mi pare, perché?

È la mia fidanzata.

Come si chiama?

Non lo so.

Ace!

Bravissimo.

Vale anche se rimbalza prima da me, vero?

Soprattutto.

Sa cosa potrebbe fare?

Cosa?

Potrebbe mettere un annuncio sul giornale.

Geniale!

È la cosa più semplice da fare.

E, mi scusi, per cosa?

Per la sua fidanzata.

Geniale!


7.

Fabio compra il Corriere della Sera e ci scrive sopra: “pianista di fama condominiale, serissimo, non ancora sessantenne, con pochissimi problemi intestinali, cerca compagna di aspetto gradevole, grande adulatrice, che ami le pulizie domestiche e il sesso orale. Ci vediamo a casa mia sul divano-letto”.


8.

Fabio è seduto senza mutande sul divano-letto. Davanti a sé un orologio a muro, un calendario per adulti e numerosi fazzoletti di carta. Fabio passa freneticamente da un oggetto all’altro, senza sapersi decidere.
Un ritratto di Bach lo scruta severamente dalla parete.

FAAABIOOO, FAAABIOOO!

Maestro!

FAAABIOOO!

Sono io!

Fabio!

Sì, l’ascolto maestro!

Fabio, Fabio, Fabio.

Sì?

FABIO!!!

Maestro, deve dirmi qualcosa?

Fabio.


9.

Fabio, rannicchiato sul pavimento della cucina, ascolta in silenzio il riposante ronzio del frigorifero. D’un tratto in ogni angolo della casa sbocciano coloratissime begonie e inizia a spirare una fresca aria di campagna.

Leggimi una poesia, ti prego.

Amore, sei tu!!!

È tanto tempo che non mi leggi una poesia.

Dove sei, amore!? Cerbiattina, coniglietta, leprottina, scoiattolina, marsupialina adorata, mostrati a me, ti prego! Possibilmente nuda.

Devo confidarti una cosa.

Sono qui amore.

È una cosa importante.

Ti ascolto. Dimmi.

Sei pronto?

Sì.

FAAABIOOO!

Titoli di coda.

scritto da Smeriglia alle 09:32

lunedì, 17 marzo 2008

SPUNTI PER UN FILM MOLTO PIÙ INTROSPETTIVO (PRIMO TEMPO)

1.

Un uomo in pigiama (Paolo) suona rapito il pianoforte a muro di casa sua. È un’esplosione di passione e accessi di lirismo, le dita (delle mani) scorrazzano sulla tastiera in vortici di inaudito virtuosismo e tutto il corpo partecipa sfrenatamente a quel mirabile momento d’estasi. Veramente si può dire che l’artista sia tutt’uno col cosmo.
Vibrato l’ultimo accordo, Paolo si accascia a terra fra estatici applausi registrati. Stordito, si rialza con fatica e cerca l’ultimo rimasuglio di forza per mostrare uno sguardo di gratitudine verso il proprio pubblico: cinque gattini di ceramica e Sara, la sua inseparabile scopa elettrica.


2.

Un piccolo bar tabaccheria all’ora di chiusura (sedie sui tavoli, cameriere che passa lo straccio, saracinesca a mezz’asta e un cartello con scritto “il bar sta per chiudere”). Paolo sorseggia svogliatamente un bicchiere di Bianco Sarti e parla fra sé.

Perché sono così solo? Un pianista come me! Io che suono Bach, suono... tutto suono! Non è giusto.

Mi scusi, il bar sta per chiudere.

Paolo paga il conto in natura ed esce.


3.

Cammina in un giardinetto di begonie sommamente concentrato nella lettura di Prévert.

Ah, quant’è commovente passeggiare solitari e malinconici con il proprio libro di poesie! Soavi, dolci, sporadiche poesie dell’immortale maestro...

Legge.

Jacques Prévert!

Si avvicina saltellando a una begonia.

Dolce fiore della sera, odi questa manierata poesia dell’immortale maestro...

Legge.

Jacques Prévert!

Declama.

O dolce fremito della sera! Colmo di spigoli che inebetiscono! Solitudine è il tuo nome e inasprisci il mio cuore di perle colorate.

S’incazza.

Inasprisci il mio cordoglio verecondo!? Osi auscultarmi con occhi sornioni!? Serpe del demonio! Torci la fecazzuola dello sberleffo! Assapora la sensata esalazione! Della! Morte!

Tornato in sé, resta qualche istante in silenzio, in attesa che il destino faccia la sua prossima mossa (il destino sarà impersonato da otto cavalli da corsa di colore).
Una voce femminile lo fa sobbalzare.

Nobile lo spirito che ha snocciolato versi tanto commoventi!

Sono stato io!

Sì, certo...

Giuro.

Menti.

Cascasse il mondo se non sono stato io! Guarda!

Paolo mostra il libro di poesie ai fiori, ai ruscelli, al vento.

Sei veramente tu?

So anche suonare il pianoforte.

Io adoro il pianoforte.

Hai il ragazzo?

Quale ragazzo?

Sì, il fidanzato, qualcuno...

Mi fai arrossire.

Ce l’hai o non ce l’hai?

Silenzio. La voce è scomparsa nel nulla: uno scherzo giocato dall’alcol? Un rapimento alieno? O più semplicemente l’improvvisa lesione del nervo acustico?

Dove sei rosellina? Uccellino di bosco! Scoiattolina! Minuscola cricetina! Dove sei finita? Ho sempre qui con me il mio libro di...

Legge.

Jacques Prévert!

Improvvisamente Paolo si accorge che, invece del libro di poesie, ha in mano un bicchiere di Sambuca.

Dio mio!

È sconvolto.

Ma questa non è Sambuca!

Annusa.

È Deltarinolo!

Crolla a terra stordito e depistato.

scritto da Smeriglia alle 06:57

lunedì, 10 marzo 2008

LA MADONNA DELL’ANNAFFIATOIO


Se un giorno mi apparisse il genio della lampada o la madonna dell’annaffiatoio o una qualsiasi altra cosa in grado di esaudire tre desideri, io saprei esattamente cosa chiedere. Me li sono scritti da un pezzo e li tengo sempre con me, nel portafoglio, per non farmi trovare impreparato. Come ripeto sempre ai miei condomini rincorrendoli per le scale: per quanto una cosa sia improbabile, prima o poi accadrà.

Il primo desiderio è scontato, mi vergogno quasi a dirlo: avere a disposizione per un pomeriggio Sandro Bondi. Un pomeriggio e basta, nudo e legato, in un museo della tortura ben attrezzato. Io e lui soli, o al massimo con un medico che sia in grado di tenerlo in vita fino a sera e, visto che ci siamo, anche un paio di infermiere con le uniformi di lattice.
Non è per questioni politiche, sempre che si possa associare Sandro Bondi alla politica. La politica non c’entra niente. Primo perché normalmente mi trovo sempre d’accordo con chi la pensa all’opposto di me, secondo perché l’unico partito che sarei disposto a votare è il partito di Smeriglia, il cui simbolo potrebbe essere questo

Superman
oppure questo

SS
nel caso mi candidassi in due.
Non è nemmeno una questione morale. Non penso che il mondo sarebbe migliore se Sandro Bondi scomparisse dalla faccia della Terra, visto che resterebbero sempre altre sei miliardi e mezzo di persone, e non è neanche un problema estetico, perché, se proprio devo dirlo, a me Sandro Bondi piace. È vero. Così morbido e gelatinoso, dalla forma imprecisata, mi ricorda un po’ un barbapapà. Quello color diarrea.
È solo curiosità personale. Il fatto è che mi piacerebbe sapere chi è veramente Sandro Bondi, perché sono sicuro che da qualche parte, sotto quella concrezione più o meno umanoide di pongo e ricotta, c’è un essere umano, magari piccolo piccolo, disperso nei meandri dell’intestino crasso o confuso fra le piattole pubiche, ma un essere umano deve esserci e io voglio tirarlo fuori. Deve esserci per forza, visto che non è ancora stata inventata l’intelligenza artificiale e, per quello che ne so, nemmeno la stupidità artificiale.
Come secondo desiderio chiederei di arrivare a un raduno mondiale di CL a cavallo di una suora e cucinarmi una bella frittata di ostie con la pancetta. Così, per provocazione.
Ma quello che desidero più di tutto, in pratica l’obiettivo finale di tutta la mia vita è questo: segnare il gol decisivo alla finale dei mondiali di calcio e non esultare.
Una cosa che non ho mai capito è perché i calciatori esultino in modo così esagerato per qualsiasi cosa, anche la più insignificante. Ogni volta che qualcosa gli va per il verso giusto, non so, completano due facce del cubo di Rubik, indovinano la capitale del Brasile, gli si sblocca l’intestino, loro si sgolano come neonati, corrono in giro dappertutto sventolando le proprie mutande e mimano cose bizzarre: un cecchino che spara sulla folla, un aeroplano che atterra, una balia impazzita, un cane che si annusa il sedere.
Io, invece, non farei niente, neanche un cinque coi compagni, neanche un sorrisetto, niente di niente. Senza dire una parola me ne tornerei nella mia metà campo, piano piano, riaggiustandomi la maglia. Questo farebbe certo una grande impressione.

scritto da Smeriglia alle 10:13